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Date a Cesare quel che č di Cesare… E a Dio?, «Rinascita», 8 settembre 2007, p. 10
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>> Date a Cesare quel che č di Cesare… E a Dio?, «Rinascita», 8 settembre 2007, p. 10
data inserimento/data pubblicazione:
08 settembre 2007
Il recente intervento del Cardinal Bertone al Meeting per l’amicizia fra i popoli, l’importante kermesse culturale riminese organizzata da Comunione e Liberazione, ha riaperto il dibattito circa il dovere per un cattolico di pagare le tasse; la questione, lo ricordiamo era stata sollevata qualche mese fa quando il premier Prodi si era lamentato del fatto che vescovi e parroci durante l’omelia domenicale poco si prodigano per sollecitare i fedeli a versare l’obolo allo Stato. Dal palco di Cl il Segretario di Stato Vaticano ha invitato i cattolici a pagare le tasse, così il Presidente del Consiglio si è affrettato a dichiararsi in sintonia con la gerarchia ecclesiastica. Di sicuro scordandosi che poco più di un anno fa, durante la campagna referendaria per la fecondazione assistita, aveva voluto marcare le sue distanze da S. Pietro, definendosi cattolico adulto… Peraltro, non ci accoderemo nella lista dei commentatori della vicenda. Piuttosto, vogliamo provare a svolgere una riflessione circa il noto passo evangelico in cui Gesù invita a rendere a Cesare quel che è di Cesare: «Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. Dicci dunque il tuo parere: è lecito o no pagare il tributo a Cesare?”. Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: “Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo”. Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: “Di chi è questa immagine e l’iscrizione?”. Gli risposero: “Di Cesare”. Allora disse loro: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”» (Mt, 22, 15-21). Questi versetti non sono mai risparmiati da coloro che sostengono il dovere morale di pagare le tasse. Ma, in realtà, cosa intendeva dire Gesù? Fu la sua una lezione di educazione civica? Intendeva invitare i suoi discepoli ad essere cittadini modello? Nulla di tutto questo, a nostro modestissimo avviso. Ipocriti, perché mi tentate? osserva Gesù… Infatti, sa benissimo che rispondendo positivamente, affermando cioè che è lecito pagare il tributo, i farisei potevano accusarlo di non sostenere la causa di Israele nei confronti di Roma; sarebbe stato considerato al servizio del potere imperiale. D’altro canto, se avesse invitato allo sciopero fiscale l’avrebbero attaccato perché sobillatore e rivoluzionario. Così, come al solito, scelse una risposta dialetticamente e praticamente inoppugnabile. Ma, di nuovo, cosa intendeva dire? Ci pare di poter scorgere nelle parole di Gesù un atteggiamento sprezzante; come a dire, ci si consenta: «non avete proprio capito nulla del perché Io sia qui; davvero secondo voi può importarMi delle tasse? Sulla moneta c’è Cesare? Rendete a lui ciò che è suo, cosa Me ne può importare? Però, badate, rendete a Dio ciò che è di Dio». Quello di Gesù è un atteggiamento di compassione nei confronti dell’uomo. I farisei sono intenti a coglierlo in fallo attraverso tattiche meschine, neanche provando a scendere sul piano della scommessa che Lui poneva. È un’altra la cosa importante che il Cristo chiede di verificare: «Sono il Figlio di Dio, venuto a dirti che la tua vita ha un senso ed è eterna. Ti interessa?». Il resto sono cose di Cesare, cioè del mondo, al massimo strumento, come tante altre cose, per la Salvezza. Deve quindi un cristiano interrogarsi sulla necessità di pagare le tasse? Un cristiano, se desidera essere tale, deve prima di tutto preoccuparsi di essere in rapporto mistico con Gesù e di cogliere quale stile di vita, quale attitudine lo può condurre alla Salvezza, alla vita eterna. Si tratta di una predisposizione dell’anima, un percorso di conoscenza reale del Mistero. All’interno di una simile esperienza sta anche il pagare le tasse: ma perché ci si trova in questa realtà concreta, fatta di queste cose che vanno fatte perché si vive qui ed ora e non da un’altra parte. Però, reso a Cesare quel che è di Cesare, forse è più interessante per un cristiano iniziare a capire la portata del rendere a Dio ciò che è di Dio… E che cosa, dunque, è di Dio? Questa, nella visione cristiana, è la grande battaglia dell’Io, della scelta dell’uomo su se stesso. In ballo non ci sono le tasse, i soldi, le cose, ma se stessi. Di chi sono io? Di Cesare o di Dio? Del mondo o di qualcun Altro? A chi appartengo? Per cosa do la vita? Per Cesare, per i soldi, per le donne, per il lavoro, per la carriera o per Dio? In definitiva, dietro la chiusura Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio è sottintesa una domanda: il mio Io a chi lo do? A Cesare o a Dio? Le tasse si pagano perché, come dice Paolo, siamo nel mondo. A Gesù, però, non interessa a chi pago le tasse. Ma a chi concedo me stesso. Cioè, se siamo Suoi o del mondo.

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