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Il principe (economista) e il vate: dai consigli ai contrasti, «Rinascita», 22 settembre 2007, pp. 18-19

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data inserimento/data pubblicazione: 22 settembre 2007

 

Una volta presa Fiume, nel 1919, d’Annunzio pensò alla realizzazione di una costituzione, che si concretizzò nella Carta del Carnaro, il testo che avrebbe dovuto regolare la vita della Reggenza Italiana del Carnaro fino all’annessione di Fiume all’Italia; il documento venne pubblicato il 30 agosto 1920, giorno in cui il poeta stesso lo lesse in un Teatro Fenice gremito di autorità, cittadini e legionari (per l’analisi del testo cfr. La “Carta del Carnaro”, Roma, Edizioni De Luca, 2001; La Carta del Carnaro nei testi di Alceste De Ambris e di Gabriele d’Annunzio, a cura di Renzo De Felice, Bologna, Il Mulino, 1973; G. d’Annunzio, La penultima ventura. Scritti e discorsi fiumani, a cura di R. De Felice, Milano, Mondadori, 1974). La Carta, però, non fu redatta dal Comandante, che ne lasciò l’incombenza ad Alceste De Ambris, Capo di Gabinetto nel Comando Fiumano dal gennaio 1920; d’Annunzio si limitò a sostituire l’espressione Repubblica del Carnaro con Reggenza italiana del Carnaro, per sottolineare il proposito di annessione territoriale di Fiume all’Italia; inoltre, provvide ad una revisione stilistica e ad un arricchimento contenutistico comunque non stravolgente rispetto all’impostazione di De Ambris.
Peraltro, la Carta del Carnaro non poteva rimanere semplicemente un bel documento: i principi esposti dovevano essere realizzati, anche per ciò che riguarda gli aspetti economico-finanziari. Per dirigere l’economia fiumana d’Annunzio cercò, nel marzo del 1920, di attirare a Fiume anzitutto Giuseppe Toeplitz, consigliere delegato della Banca Commerciale, che rifiutò. Risposta negativa il Comandante ricevette anche da Giuseppe Volpi, altro grande finanziere (C. Salaris, Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume, Bologna, Il Mulino, 2002, p. 137). A settembre, invece, accetterà di diventare rettore delle Finanze, un personaggio idealmente molto distante da De Ambris, dal sindacalismo e dall’anarchismo futurista di Guido Keller; stiamo parlando del grande economista Maffeo Pantaleoni. Nato nel 1857 da una famiglia di conti maceratesi, Pantaleoni aveva ricevuto un’educazione politica liberale e monarchica, forgiata a Postdam e Cambridge, dove la madre volle farlo studiare sino al diciottesimo anno di età. Per comprendere l’adesione al fiumanesimo di colui che fu, insieme a Vilfredo Pareto, uno dei più importanti esponenti del marginalismo italiano, è necessario ripercorrere brevemente l’evoluzione dei suoi convincimenti politici (nel trattare del rapporto D’Annunzio-Pantaleoni e nel citare la loro corrispondenza ci riferiremo soprattutto a due saggi: A. Cardini, Il nazionalismo di Maffeo Pantaleoni e il suo carteggio con Gabriele d’Annunzio (1919-1922), «Studi Senesi», Supplemento alla centesima annata, Volume Secondo, 1988, pp. 806-834 e R. De Felice, Il carteggio fiumano d’Annunzio-Pantaleoni, «Clio», anno X, n. 3/4, luglio-dicembre 1974, pp. 519-551).
Il punto di partenza è proprio la dottrina economica marginalista. Nel 1889, infatti, Maffeo Pantaleoni pubblicò i suoi Principii di economia pura, una sintesi del nuovo pensiero microeconomico che gli consentì di ottenere una certa fama internazionale. Gli studi economici lo portarono verso un deciso radicalismo progressista, antistatalista e scientista; nella sua visione solo l’economia politica pura, rigorosamente formale, sarebbe stata in grado, unitamente all’economia liberale, di illuminare la politica economica di uno Stato. Pantaleoni quindi criticava la politica italiana degli anni Ottanta dell’Ottocento, vedendola come funzionale all’accrescimento della potenza statale, piuttosto che del benessere dei cittadini. Fu così che nel 1895-97 si avvicinò ai radicali anticrispini, parlando di una politica giunta alla bancarotta morale. Sostenne quindi i partiti popolari (socialisti, repubblicani e radicali) e nel 1900 venne eletto deputato per il partito radicale (sull’esperienza parlamentare di Pantaleoni cfr. P. Bini, Progetti (e mancate realizzazioni) di economia di mercato in Italia all’inizio del Novecento: Maffeo Pantaleoni in Parlamento (1900-1904), in Gli economisti in Parlamento 1862-1922. Una storia dell’economia politica dell’Italia liberale, a cura di M.M. Augello e M.E.L. Guidi, vol. II, Milano, FrancoAngeli, 2003, pp. 551-572), ma anche la politica del nuovo secolo lo deluse, incapace di portare ad una democrazia liberale, liberista e individualista. Deluso da questa esperienza, Pantaleoni prese ad accusare anche i partiti popolari, colpevoli di essersi accordati con le oligarchie borghesi al fine di prendere parte alla spoliazione del Paese.
L’apertura della politica alla partecipazione delle masse e le sue conseguenze (come il diritto di sciopero) a suo avviso cozzavano contro la necessità di un indisturbato progresso economico e tecnologico, l’unico processo in grado di consentire anche lo sviluppo delle fasce più basse della popolazione. La politica interna e l’evoluzione parlamentarista internazionale lo allontanavano dalla democrazia liberale, rendendolo scettico nei confronti della sovranità popolare e del suffragio universale. Scrisse nel 1912: «Le rivalità tra le potenze e tra gli aggruppamenti di potenze ostacolano ogni azione concorde. Chi dice di volere la pace, dice che vuole un suo interesse, e sono altrettante le forme e specie di pace che vengono invocate, quanto sono codesti interessi. La voce ‘pace’ non è altro che un eufemismo per ‘tornaconto proprio’» (Cronaca, «Giornale degli economisti», s. III, vol. XLIV, 1912, p. 467).
L’unica soluzione possibile gli sembrò essere la forza. Fu così che, per continuare a perseguire in modo coerente il proprio progetto politico, passò da un intransigente antistatalismo ad una crescente fiducia verso la potenza dell’autorità statale, che arrivò a ritenere cruciale in chiave polemica verso Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna, che biasimavano l’espansionismo mediterraneo italiano. Divenne un acceso nazionalista, convinto che la forza della compagine statale e del corpo nazionale fossero necessari nell’ambito dei nuovi scontri internazionali. Abbandonati gli ideali liberaldemocratici della giovinezza, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale fu un accanito interventista, sembrandogli che il conflitto potesse colmare il vuoto morale dell’Italia.
Nel 1915 parlava della necessità di fare pulizia dell’immondizia neutralista, inaugurando un gergo che sarà da lì a poco tipico del fascismo. Dalla guerra si aspettava una nazione più forte, più compatta e purificata dai deboli, una sorta di necessaria purificazione nel sangue: questi erano anche gli ideali lirici di Gabriele d’Annunzio e futuristi di Filippo Tommaso Marinetti. A questo punto, l’alveo culturale fiumano è in Pantaleoni del tutto maturo. Del 1917 le seguenti parole dell’economista: «Il più grande, il più perfetto, il più splendido nazionalista che la guerra abbia rivelato presso di noi è Gabriele D’Annunzio. Molto l’Italia deve a quest’uomo, il più straordinario per intensità di sentimento e ricchezza di pensiero» (Prefazione al suo Tra le incognite. Problemi suggeriti dalla guerra, Bari, Laterza, 1917, pp. VII-VIII ). Pantaleoni si era dunque convinto che la modernità esigesse per l’Italia una cura di ferro e fuoco, in grado di liberarla dai mali della democrazia e del socialismo. Tuttavia, e questo sarà motivo di forte scontro con d’Annunzio, tra il nazionalismo dell’economista e quello del Vate sussisteva una profonda differenza: per il primo non era possibile sganciare il progressismo dal legame con la tradizione morale del Paese, che Pantaleoni vedeva ancora viva nelle genti meridionali, mentre attorno al poeta armato a Fiume si verrà a creare un forte ambiente libertino e disordinato, incapace di piegarsi alle certezze gerarchiche.
L’esito della guerra e la vittoria mutilata non fecero altro che accentuare il nazionalismo di Pantaleoni, sempre più certo che finché «l’ordine non è ristabilito non c’è dose di legnate e di fucilate che siano in eccesso» (L’erede di Orlando). Maffeo guardò sin da subito con simpatia all’impresa fiumana, così, quando d’Annunzio, il 9 maggio 1920 lo invitò a «respirare il vento del Carnaro, che è uno spirito operante», Pantaleoni rispose (8 giugno): «Sono tutto vostro, anima e corpo, perché in Voi s’impernia la causa dell’Italia nostra».
Il 29 agosto 1920 l’economista era finalmente a Fiume. Peraltro, i motivi di divergenza nella gestione degli affari economici non tarderanno ad emergere. D’Annunzio chiederà a Pantaleoni di diventare suo rettore delle finanze solo il 22 settembre, ma già dal 15 dello stesso mese l’economista di Macerata aveva cominciato a manifestare alcune perplessità circa lo Statuto recentemente divulgato e in particolare per gli aspetti economici. Soprattutto Pantaleoni non poteva sopportare l’organizzazione corporativa, decisamente in contrasto con gli ideali scientifici della sua formazione. In buona sostanza, Pantaleoni voleva evitare di vedere a Fiume ripristinato il gioco di interessi lobbistici che l’aveva disgustato in Italia e che lo spinse proprio verso l’ala nazionalista della vita politica. Il 17 settembre tornerà a scrivere al Comandante, pregandolo di revisionare lo Statuto in quelle parti che avrebbero bloccato il progresso economico; in particolare, si scagliò contro l’articolo 9, contente una sorta di “restrizione sociale” del diritto di proprietà, e contro il 19, quello che descrive le corporazioni, considerate dall’economista un vero e proprio cancro per il sistema economico: «L’art. XIX o resta lettera morta o darà la città in mano alle sole leghe operaie. Non muta una lega se la si chiama sindacato, associazione o corporazione. Ristabilisce la mano morta e tratta i datori d’opra come malfattori da sorvegliare. Il mondo è grande e questi malfattori troveranno posto a vita in altre regioni che inciviliranno e arricchiranno lasciando Fiume alla sua marmaglia di operai».
La posizione di Pantaleoni era dunque critica prima ancora dell’assunzione della responsabilità del dicastero economico-finanziario. Nonostante ciò, Maffeo non si tirò indietro di fronte alla richiesta poetica del Vate e si mise subito al lavoro, predisponendo il testo della cartella di debito pubblico e lavorando con Rosboch anche al progetto di una Banca centrale, dedita all’emissione. L’economista riteneva centrale operare in fretta alla costituzione della Banca del Carnaro, liquidando l’Istituto di Credito del Consiglio Nazionale, ma d’Annunzio sembrava non curarsi di queste problematiche. Inoltre, non mancarono di sorgere nuovi motivi economici di scontro tra i due: in particolare, Pantaleoni si infuriò per la vendita del Cogne, in quanto violazione di proprietà privata e causa di discredito internazionale, nel momento in cui, invece, il sostegno estero era fondamentale anche per ottenere nuovi aiuti finanziari.
Consumatasi la rottura sulla linea economica, decisiva sarà l’impostazione di Pantaleoni e di d’Annunzio rispetto al Trattato di Rapallo. Il primo, infatti, lo ritenne un fatto compiuto (13 novembre 1920), perciò consigliò al Comandante di ritirarsi, per potere svolgere nella nuova Italia un ruolo di guida ben più efficace di quello costituito da una strenua resistenza sulla posizione fiumana. Qualche giorno dopo le stesse posizioni saranno manifestate in una lettera da Pantaleoni unito a Bescocca, Marassi, Lenaz e Baccich, che chiesero un «continuo temperamento dei mezzi ai fini» e un «accurato studio della gerarchia di questi fini» (17 novembre).  D’Annunzio, ovviamente, non tenne conto di questi consigli. Il contrasto, poi, si aggravò quando Pantaleoni manifestò il proprio disappunto per il fatto che erano stati ricevuti a Fiume e ospitati i marinai ammutinati di una cacciatorpediniera italiana; nella lettera redatta a tal proposito l’economista per la prima volta parlò della possibilità di abbandonare l’impresa. «Ma non resto, perché non ho una mezza coscienza. […]. Rimpiangerò la tua grandezza che fu. Avrai, comunque, sempre un così grande credito verso l’Italia, che ancora rimarrai creditore, qualunque cosa tu faccia! Ma, l’avrai diminuito anziché aumentato, questo credito. E molta bella, cara, gioventù avrai tratta con te, senza sua gloria, forse alla morte, ad ogni modo fuori della retta via. Ma, ancora spero. Perciò attendo».
Era il 7 dicembre 1920. Meno di venti giorni mancavano al Natale di sangue che avrebbe portato al definitivo abbandono dei legionari della Città di vita. La risposta del Vate al suo ministro (8 dicembre) fu sprezzante, ma D’Annunzio lasciava aperto uno spiraglio di riconciliazione, probabilmente consapevole di una sua negligenza nella gestione degli affari pratici della Reggenza. Del resto, il passo «Per fiducia, e non per incuranza, io ho lasciato i Rettori proseguire il loro compito in disparte. Sono mal compensato» suona più come una autogiustificazione che come un reale rimprovero ai ministri. Ma Pantaleoni era convinto e chiese al Comandante di firmare il trattato di Rapallo, per non rendere l’Italia simile ad una repubblica sudamericana; come sarebbe potuta continuare la dittatura del Poeta dopo la ratifica internazionale? (9 dicembre). D’Annunzio rispose sprezzante, sottolineando come l’avventura di Fiume non poteva essere tale da soddisfare le ambizioni dei ben educati e dei benpensanti (13 dicembre).
Pantaleoni tornò a Roma deluso, ma rivolgendo un ultimo appello al Vate, perché si mettesse alla guida di un «movimento anti-socialista, anti-sindacalista, anti-bolscevico, propugnatore della libertà individuale, della libertà di lavorare, della libertà di risparmiare, della libertà di possedere, della libertà di migrare», perché questo era, a detta dell’economista, il «terreno di una lotta tra civiltà e barbarie» (16 dicembre). In ogni caso, Pantaleoni non volle attaccare la figura di d’Annunzio. «Ad ogni modo, però, non sono, né sarò contro te, perché comprendo la tua tragedia e so quello che l’Italia a te deve. Tu sei e resti tra i figli maggiori di cui essa si onora» (16 dicembre).
Pantaleoni, del resto, aveva sposato il nazionalismo solo per trovare una forma più efficace per l’affermazione dei propri principi liberisti, non per una conversione statalista. A Fiume, invece, la mentalità anarco-sindacalista di personaggi come Guido Keller aveva preso il sopravvento. Il conte di Macerata aveva ben poco da spartire con Léon Kochnitzky, Henry Furst, Ludovico Toeplitz, Mario Carli e Giovanni Comisso. L’amico Vilfredo Pareto, altro grande economista italiano, l’aveva avvertito, scrivendogli nel 1920: «Tu sei ora come ero io a venticinque anni: voglioso di fare, persuaso di potere raddrizzare le gambe agli storti» (V. Pareto, Lettere a Maffeo Pantaleoni, a cura di G. De Rosa, Roma, Banca Nazionale del Lavoro, 1960, vol. III, p. 271); e nel 1921: «farai bene di essere cauto ed avveduto; cammini sul fuoco» (Ivi, p. 277).
Con il Natale di sangue del 1920 l’impresa di Fiume giunse al termine e d’Annunzio si ritirò sul lago di Garda. Pantaleoni riconobbe poi a Mussolini di aver compiuto il necessario passo della lotta antibolscevica, quel passo che il Vate non seppe affrontare. Aderì al fascismo, ma nel 1924 «il principe degli economisti italiani» morì. Negli anni dopo Fiume, comunque, non mancarono i contatti tra l’economista ed il suo Comandante: lettere di ricordo, valutazioni politiche, suggerimenti letterari. Per entrambi, però, il tempo dell’esilio era giunto: per Pantaleoni l’ambascia per l’altrove fu quella diretta della nera signora, che invece aspetterà fino al 1938 per strappare d’Annunzio dal rifugio dorato del Vittoriale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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