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L'ignoto che appare..., «ilVeronese.it», 2 ottobre 2007

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data inserimento/data pubblicazione: 02 ottobre 2007

 

Avrebbe potuto essere tante cose questo pezzo. Avrebbe voluto essere tante questo pezzo. Un’intervista all’intellettuale-imprenditore Giovanni Perez, una riflessione sul futurismo, una disquisizione sul senso dell’arte, un’analisi sul fare cultura a Verona. Avrebbe potuto e avrebbe voluto. E invece non sappiamo cosa sarà, perché abbiamo deciso di lasciare campo libero al cuore, gli abbiamo ordinato di muoversi sulla testiera per ricomporre il mosaico ballerino che ci volteggia nella mente. Lasciamo che la memoria si ricomponga sul filo dell’emozione.
Era il 2004, probabilmente; forse il 2005. Uno dei nostri professori ci invitò ad assistere ad una conferenza sull’America Latina in programma all’Università della Valle d’Aosta. Viaggio lungo, ma ne sarebbe valsa la pena: in quell’occasione, infatti, avremmo conosciuto Primo Siena e Renato Farina. Ma non solo… Al telefono il professore organizzatore ci disse che il giorno della partenza sarebbe venuto a prenderci un suo amico, tal Giovanni Perez. Il nome indusse un moto subitaneo della mente: prendemmo in mano l’ultimo numero della rivista Il Domenicale e realizzammo che sì, era proprio lì sopra che avevamo letto quel nome, ed era proprio dello stesso Perez che si parlava. «Deve essere proprio un figo – pensammo – se Il Domenicale ne parla». Nella mente ci prefigurammo l’intellettuale spettinato, un po’ svampito e gonfio di citazioni colte…
Ecco che la mattina successiva il professor Perez passò a prenderci per condurci ad Aosta: davanti a noi comparve una vecchia Jeep e all’interno una persona molto ordinaria, che durante tutto il percorso potemmo conoscere attraverso una lunghissima conversazione. Persona colta, senz’altro, ma priva della boria tipica dell’intellettuale. Istruiva naturalmente: un maestro, pensammo.
Il preambolo è concluso, l’antefatto spiegato. Reincontrammo Giovanni poco dopo, il 5 luglio 2005: al Palazzo dei Mutilati era relatore ad una conferenza e fuori si vendeva una raccolta di scritti di Evola, edita da Controcorrente e curata proprio da Perez. Così egli volle marcare la nostra copia: “A Carmelo Ferlito, giovane dalle antiche vedute. Aristocraticamente, scusate l’immodestia, Giovanni Perez”. Si tratta dell’unica manifestazione di superbia del personaggio cui abbiamo assistito, forse più autoironia che immodestia.
Ma, dunque, chi è Giovanni Perez? Pur avendo origini napoletane, nasce solo per sbaglio nel capoluogo partenopeo, nel 1955. Poco dopo lo ritroviamo pargolo scaligero e poi ragioniere diplomato al Pindemonte. Ragioniere? Sì, proprio così… Le belle storie non sono mai lineari. Infatti, qualche anno dopo (siamo ormai nella seconda metà degli anni Settanta) si laurea a Verona in Filosofia: 110 e lode, tesi sugli inediti di metafisica di Giuseppe Zamboni, relatore Giovanni Giulietti, che Perez oggi chiama ancora maestro.
La conversione intellettuale sembra compiuta. Dopo la laurea e per nove anni Giovanni insegna lettere e filosofia nei licei. «Gli studenti dicevano che ero molto bravo, bello e simpatico», ci racconta ghignando di sé. Nella seconda metà degli anni Ottanta, però, accade qualcosa: proprio mentre i punteggi del Nostro stavano per condurlo ad una cattedra di ruolo, Perez perde il padre, che lascia così senza timone la sua azienda di disinfestazione, la Roditor, oggi assai nota nel veronese. Giovanni deve fare due conti e non ci mette molto a concludere che la conduzione di un’azienda avviata come quella lasciatagli dal padre può concedergli opportunità concrete molto maggiori rispetto all’insegnamento; pragmaticamente decide di farsi imprenditore!
Ecco perché può essere in parte complicato parlare di Giovanni Perez. Non si tratta dell’imprenditore-mecenate che, ad un certo punto della sua vita, ricolmo di denaro, decide che è tempo di fare qualcosa per la cultura. No, qui il percorso è del tutto inverso: non un imprenditore che dà i soldi alla cultura, ma un intellettuale, un pensatore che offre la sua testa all’impresa. Roba da non crederci, che ne dite? A noi, che abbiamo un certo gusto morboso per il paradosso, queste cose affascinano oltre ogni immaginazione. Basti pensare che all’appuntamento per questo servizio Giovanni è giunto con il furgoncino aziendale, attrezzato per le disinfestazioni, un topino sullo sportello, ma a fianco dell’autista una borsina colma di libri come la raccolta Verona futurista o l’Aerofuturista di Renato di Bosso. Che contrasti meravigliosi! Sembra uno di quei giochi di colori realizzati nei film cinesi di ultima generazione.
In realtà, non c’è soluzione di continuità nella vita di Giovanni Perez. Anche dopo la laurea continua a frequentare corsi universitari, le iniziative del Circolo Zamboni e le attività della Fondazione Toniolo. Se nei primi anni Ottanta aveva fondato con Enzo Cipriano le edizioni Settimo Sigillo di Roma (www.libreriaeuropa.it), che oggi editano, tra le altre cose, la rivista StoriaVerità, nel 2001 avvia a Verona le Edizioni della Vita Nova (www.edizionivitanova.it), che si dedicano soprattutto all’arte e alla saggistica. Perez, che, tra le altre cose, è sposato con Rossella e ha due figlie di 12 e 15 anni, sottolinea la continuità tra ogni aspetto della sua vita. «L’uomo è una realtà molto complessa, credo nell’uomo integrale – ribadisce – non nell’uomo fatto a fette». E non si può non credergli: senza questa concezione un imprenditore come potrebbe realizzare centinaia di articoli per riviste e giornali come Candido, Il Secolo d’Italia, Orientamenti, dirigere una casa editrice, organizzare conferenze, curare libri su autori complessi come Nietzsche ed Evola?
Quando gli chiediamo se quindi per lui occuparsi di cultura sia un bisogno, risponde perentorio: «Non un bisogno, ma un Destino». L’affermazione ci esalta, la conversazione sta entrando nel vivo. «Non credo nel mito dell’intellettuale – prosegue –. Ho sempre fatta mia la tesi di Adriano Romualdi secondo il quale prima viene una tensione morale, l’adesione a certi principi e solo in un secondo momento tutto questo diventa arte, letteratura, cinema, cultura». Che affermazione potente: solo un uomo integrale, dunque, può fare arte, che, nella visione di Perez, è «una via di accesso alla conoscenza profonda dell’uomo».
Un’idea di arte così ci affascina. Non una spinta intellettualistica di presunti illuminati, ma una via di accesso alla conoscenza dell’uomo. Sì, non può che essere davvero così, pensiamo. È tempo però di entrare nel vivo dell’attività delle Edizioni della Vita Nova, che operano soprattutto nel campo del futurismo. Cos’è, dunque, il futurismo? Come lo scolaro che vuole fare bella figura, tentiamo un’idea: qualcosa che sarà ma che in noi è già, diciamo, e incalziamo con il titolo di una raccolta di scritti di Hugo von Hoffmannsthal, l’ignoto che appare. Giovanni non ci contraddice, ma articola una risposta disarmante nella sua semplice esaustività. «Il futurismo è il futuro esaltato in ciò che lo prefigura. Da qui il mito della velocità, del movimento, del divenire e degli strumenti a ciò legati, primo fra tutti l’aereo». Perché hai scelto proprio il futurismo? – incalziamo. «Ho iniziato la riscoperta della Verona futurista collaborando con l’architetto Gabriello Anselmi, figlio di Piero Anselmi, uno degli esponenti di punta del futurismo veronese. Insieme abbiamo curato alcune pubblicazioni, incontri, coinvolgendo anche personalità come Mauro Dal Fior».
Il futurismo veronese, poi, presenta alcune specificità. «Proprio i futuristi veronesi – spiega Perez – apportano l’elemento di originalità legato all’aereo e al volo. Si tratta di Alfredo Gamo Ambrosi, Piero Anselmi, Bruno Aschieri, Renato Righetti (in arte Di Bosso), Albino Silieno. L’aeropittura e l’aeroscultura sono tipicità introdotte dall’ambiente futurista veronese. Fu Piero Anselmi a scrivere la poesia Aerosensualità, mentre del 1942 è il testo Eroi, macchine, ali contro nature morte».
C’è spazio per un nuovo futurismo? «Il futurismo è stato un movimento storicamente determinato, ma è al tempo stesso una visione del mondo, un atteggiamento nei confronti della realtà e della storia. È l’idea che non bisogna temere il futuro ma esaltare ciò che lo prefigura». In tal senso, quindi…
Tutto questo ci porta dritti ad una domanda. Infatti, lo si sa, il futurismo ha relazioni con il mondo della destra; ma, un’altra parola cara alla destra è Tradizione. Come si conciliano le cose? Non v’è contraddizione?
«Se Tradizione significa sterile ripetizione» – dice Giovanni – «allora c’è contraddizione. Però si può fare un passo più in là. Tutto ciò che il futurismo ha creato di originale, nel momento in cui è stato trasmesso, è divenuto Tradizione. Futurismo e Tradizione, in un certo senso, sono due facce della stessa medaglia. Non esiste un uomo del tutto soggiogato dal futuro, così come non c’è uomo che viva solo del passato».
Spostiamo un po’ l’attenzione sulla nostra città… Chiediamo a Perez che tipo di ambiente trova a Verona. Si tratta di una città recettiva rispetto all’arte, alle sue iniziative, alla cultura in generale? La risposta è un po’ democristiana… «Il veronese – dice – è un personaggio strano e capace di grande inerzia, ma anche di grandi momenti di vitalità. Dispiace che non sempre i veronesi non sempre riescano ad apprezzare momenti significativi della propria storia, facendo scivolare nell’oblio uomini di grande valore, come Umberto Grancelli».
Grancelli?
«Sì, così come mi sono appassionato di futurismo, allo stesso modo sono appassionato di mito, archeologia, esplorazione delle civiltà». Allora è proprio vero che si possono abbinare futurismo e Tradizione. Quest’uomo, pensiamo, parla solo di cose che vive davvero, nel suo interno: che sensazione di liberazione! «In questa prospettiva ho ristampato un libro di eccezionale valore, Il piano di fondazione di Verona romana, proprio di Grancelli».
L’attività di Perez è proprio intensa: da poco con altri amici ha fondato l’Associazione 107 Cent Sept Arte & Territorio, con lo scopo di valorizzare giovani artisti veronesi, mentre ogni anno tiene due o tre corsi di filosofia nell’ambito delle attività culturali della Fondazione Toniolo: si tratta di corsi che raccolgono sempre tra i 60 e gli 80 iscritti, collocandosi così tra i più seguiti, ci dicono in Fondazione.
Qual è la chiave per fare sempre un passo più in là, per non stancarsi mai? Giovanni sostiene che si tratta di «unire curiosità intellettuale ed umiltà; senza l’umiltà nella ricerca, che è la chiave della curiosità, si è solo dei palloni gonfiati».
È ora di chiudere, ma si potrebbe andare avanti ore. Se non abbiamo ancora lasciato l’Italia è grazie a personaggi come Giovanni Perez. I lettori ci odieranno per questo interminabile servizio. Ma, tanto, va su Internet, e lì non ci sono problemi di spazio… Ancora una curiosità. Come ti definisci, Giovanni? «Mi sento un giovane, perché ritengo di avere ancora tante cose da imparare. Ma, siccome ho un innato senso della gerarchia, non è motivo di scandalo il fatto che attorno a me veda tanti maestri, persone da cui imparare». E tu, non ti senti un maestro? Si schernisce… «Se c’è qualcuno che ha una qualche considerazione di ciò che faccio è perché riesco a trasmettergli un sentimento di entusiasmo, che ci deve sempre essere per iniziare e proseguire qualunque cosa».
Grazie, Giovanni. Perché a noi quell’entusiasmo lo trasmetti. Il giorno in cui ti abbiamo intervistato stavamo meditando di lasciare l’Italia per l’Argentina. Ma, forse, qui abbiamo ancora qualcosa da fare…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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