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Menegazzi: le teorie finanziarie. Il corporativismo. L'equilibrio economico-sociale. «Rinascita», 19 gennaio 2008, pp. 17-19
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19 gennaio 2008
Le teorie finanziarie
Vent’anni fa, nel 1987, scompariva Guido Menegazzi, economista originario di Legnago (Vr), che fu professore universitario a Pisa e Verona. Ad alcuni, pochi, studiosi di economia, sono noti i suoi sI foncritti più importanti, quelli vergati negli anni Sessanta (in particolare i quattro volumi de I fondamenti dell’ordine vitale dei popoli, pubblicati tra il 1960 ed il 1962 per i tipi di Giuffrè e mai più ristampati). Tuttavia, è negli anni Trenta del Novecento che le idee economiche di Menegazzi si formano, sotto la sapiente regia di Alberto de’ Stefani, primo rettore finanziario di Mussolini. Gli scritti di Guido Menegazzi iniziano ad emergere nel secondo decennio dell’era fascista, anni in cui il regime si trova a fare i conti con gli effetti globali della crisi del 1929: è il momento in cui si compie la svolta corporativa e autarchica, e la politica economica mussoliniana viene vista da molti osservatori, anche internazionali, come una possibile alternativa sia alla crisi dell’impostazione liberale tradizionale sia alla svolta rivoluzionario-bolscevica maturata in Unione Sovietica. L’opera scientifica del giovane Menegazzi si snoda, abbiamo detto, soprattutto a partire dalla crisi del 1929, quindi è naturale che per lui i temi di politica finanziaria rivestano un’importanza del tutto cruciale. A tali questioni, infatti, è dedicato il primo importante scritto del decennio in esame, Orientamenti nuovi nella politica monetaria e creditizia (1931). Analizzando la storia della politica monetaria a partire dall’affermazione del capitalismo, Menegazzi afferma che si «osa estendere sempre più l’uso del denaro, per assecondare le esigenze degli scambi, curando sempre meno il riferimento alla politica monetaria, ancora legata alle riserve metalliche. Il che significa un allontanamento dalla economia monetaria e un avviamento verso l’economia creditizia» (1931, p. 20). In ciò consta, secondo il Nostro, la causa delle crisi come quella del 1929, che egli dice non avere cause industriali, ma essere strettamente legata al vincolo rigido delle riserve metalliche. Per Menegazzi diviene dunque fondamentale, per una nuova politica creditizia, svincolare la moneta da qualunque riferimento ai metalli preziosi, essendo anche la funzione dell’oro avviata verso un rapido declino (1931, p. 25), dopo che l’aggressività di Paesi a forte base aurea, come gli Stati Uniti, aveva già portato ad una crisi pesante per l’argento. Nell’ambito di questa riflessione, Menegazzi riconosce le usuali funzioni della moneta, ma ne aggiunge una nuova, quella politica, mezzo per forgiare i «destini economici di un popolo» (1931, pp. 27-28). Menegazzi ha dunque ben chiaro che la politica monetaria è cruciale nell’ambito della politica di potenza (1936, p. 107) che le nazioni europee stanno portando avanti. E, nell’ambito della politica monetaria, essenziale viene ad essere lo sviluppo del credito come base per un nuovo programma di espansione (1931, p. 29). Per il nostro Autore, il credito sarebbe destinato a sostituire l’oro (1936, 75) nella risoluzione del problema generale dei prezzi e dell’equilibrio economico generale. A queste riflessioni Menegazzi affianca una conclusione molto più generale e cruciale: l’abbandono dell’oro quale base finanziaria del sistema generale dei prezzi, sostituito dunque dal credito, «dovrà coincidere con l’abbandono di ogni speranza di funzionamento automatico dell’attività economica» (1931, p. 37). La fine del gold standard, cioè, sarà accompagnata dal tramonto dell’età liberale. (1934, p. 300). In effetti, l’economista sa molto bene che una politica economica fondata sul credito non può essere lasciata né al libero gioco del mercato né tanto meno al coordinamento politico democratico, all’interno del quale verrebbe ad essere uno strumento al servizio di malfunzionamenti tipici del mercanteggiamento politico. L’economia creditizia, dunque, non può che svolgersi all’interno di un sistema economico manovrato e autoritario (1931, p. 38 e 1936, p. 50). Nella visione menegazziana, il credito diventa lo strumento volto anche a contrastare le manovre dei convegni internazionali di banchieri ed economisti, che assecondano l’espansionismo dei Paesi a ricca base aurea, mascherando le loro decisioni con la patina del collaborazionismo internazionale (1931, pp. 64 e 75). Menegazzi accusa in particolare Stati Uniti e Francia (1934, pp. 19 e 87) di attuare una politica egemonica fondata sulla propria supremazia aurea.. E si auspica che tale orientamento sia spezzato da quei Paesi occidentali in cui la forte autorità statale può instaurare un nuovo corso fondato sul credito (1931, p. 77), che liberi anche i Paesi più poveri dalla “schiavitù” dell’oro (1934, p. 24). «La base della finanza non è l’oro», afferma con decisione Menegazzi, ma «l’economia dei Paesi»; senza questo vincolo, spezzato appunto da coloro che hanno puntato all’accaparramento di riserve metalliche, è il caos (1934, pp. 43-44). Con queste affermazioni, peraltro, Menegazzi non vuole escludere la possibilità della cooperazione internazionale. La critica del Nostro alla cooperazione riguarda solo il finto solidarismo, fondato sulla colonizzazione dei Paesi deboli da parte degli egemoni. Invece, Menegazzi si dimostra sensibile alla edificazione di un vero progetto di collaborazione finanziaria (anticipando le sue “mature” riflessioni sul solidarismo internazionale), fondato sull’istituzione di una banca centrale internazionale, il cui seme egli vede sussistere nella Banca dei Regolamenti Internazionali, la quale potrebbe esercitare «un’azione che tendesse ad una più equa collaborazione fra le Banche Centrali dei vari paesi; un’azione che sovrastasse le loro singole attività; un’azione che mantenesse i loro singoli interessi in un giusto equilibrio» (1931, p. 111). Infatti, già nel 1930 il Nostro rilevava le profonde differenze nel mercato monetario-creditizio internazionale, dovute «alle diversità delle strutture economiche dei Paesi», notando come vi fossero grosse difficoltà per superare tali divisioni e raggiungere «la omogeneità e la stabilità della finanza mondiale» (1934, p. 18). Però, aggiunge Menegazzi, in un clima di diffidenza e barriere rinascenti, l’unico modo per non ostacolare la cooperazione dei popoli rimane quello di basarsi su un’economia manovrata di stampo corporativo (1934, p. 301). Le considerazioni del 1931 vengono in seguito dal Menegazzi riprese, perfezionate ed integrate, ma mai smentite nel corso degli anni Trenta, anni in cui la preoccupazione per la definizione di un sistema economico-finanziario integrato è costante, affiancata dall’esigenza di elaborare una idea economica generale che sia funzionale all’impostazione politica che Mussolini stava edificando (1936, p. 18). In particolare, si preserva centrale l’idea dell’abbandono dell’oro quale base della politica finanziaria (1936, pp. 130-131) e l’esigenza di una impostazione direttiva di carattere corporativo, ma non statalista. Tuttavia, nel corso degli anni Menegazzi si rende conto che anche l’impostazione corporativa non è stata in grado di abbattere, nell’ambito del sistema creditizio, una consolidata rete di privilegi, di stampo individualistico e non corporativo (1936, p. 101), dovuta in particolare alla frammentazione della struttura bancaria (1936, pp. 84-86). Anche in questo caso, l’economista vede come soluzione quella di una direzione forte ed unica, che possa riportare sui giusti binari anche la politica finanziaria (1936, p. 87). Menegazzi pensa dunque di affiancare al ruolo di coordinamento della Banca Centrale quello direttivo di una Corporazione del Credito, che riporti razionalità e ordinamento del sistema bancario (1936, pp. 89-90 e 115). L’analisi finanziaria globale, ovviamente, non poteva non comprendere una attenzione alla politica del risparmio, sempre nella «necessità che la finanza non proceda autonomamente, con danno dell’economia e con pericolo proprio» (1932, p. 4). «Dovrebbe estendersi – sottolinea Menegazzi – […] il principio della interdipendenza dei fatti economici, fra di loro e con i fatti politici, l’importanza dei quali domina ogni manifestazione della vita sociale» (1932, p. 7). L’interdipendenza organica dei fatti economici, politici e sociali in genere rimarrà una costante della riflessione del Nostro. A proposito del risparmio, Menegazzi sostiene che si tratta sicuramente di una virtù, ma che non deve giungere al limite dell’ideologia, diventando dannoso per l’indotta contrazione dei consumi (1932, p. 24). Ma l’economista non si ferma a questa generica conclusione e giunge a criticare pesantemente il sistema delle vendite a rate, colpevole di deformare la naturale dinamica dei risparmi e di indurre crisi come quella del 1929 (1932, pp. 25-26), rompendo l’equilibrio naturale tra vita finanziaria e vita economica (1934, p. 25). Un altro passo che Menegazzi ci vuol far fare è quello di non considerare il risparmio come un fattore semplicemente finanziario, mentre egli vuole coglierne anche la piena manifestazione economica, quando giunge a produrre reddito. Così «la politica del risparmio, attuata attraverso opportuni adattamenti della moneta e del credito, deve di necessità esercitarsi sui termini finanziari, ma soltanto per influire mediatamente sui fenomeni economici, sul ciclo produzione-consumo, espressione della vita economica. Come possa realizzarsi concretamente questa rispondenza fra la manovra finanziaria e i risultati economici, è problema che rientra nell’ordinamento della finanza corporativa» (1932, p. 76). L’analisi del risparmio, poi, fa tornare il Nostro al problema del credito, perché, torna a ribadire Menegazzi, «la manovra del volume del credito e della sua equilibrata ripartizione fra le varie attività economiche» è precisamente il compito più delicato della politica finanziaria in regime corporativo (1932, p. 96); e proprio alle corporazioni spetterebbe il compito di controllo della circolazione bancaria razionalizzata, proprio perché a tali organi spetta l’indirizzo degli interessi economico-finanziari (1932, p. 96). Strettamente legata alla questione del risparmio privato è quella del credito alle imprese, che per il Nostro è svolto in Italia ancora secondo schemi antiquati (1934, p. 53), non portando quindi all’auspicato aumento della produzione (1934, p. 58). Anche in questo caso, per Menegazzi la soluzione sta nella liberazione dal vincolo dei debiti con l’estero (1934, pp. 62-63), organizzando invece un’espansione creditizia manovrata centralmente, guidata dalla Banca Centrale (Menegazzi, 1934, p. 65). L’obiettivo sarebbe quello di raggiungere un’organizzazione del mercato creditizio razionale, adeguata e armonica rispetto alle più ampie esigenze di equilibrio tra i diversi settori produttivi della nazione (1934, pp. 68-70), per aumentare la produzione ed il livello di vita del popolo (1934, p. 255), ma anche l’efficienza finanziaria dello Stato (1934, p. 445). Nell’ambito di queste analisi rimane costante, come un filo rosso, durante tutto lo svolgersi del pensiero menegazziano, una riflessione di fondo: l’attacco alla speculazione finanziaria, alla finanza che non serve l’economia nel suo complesso, ma che tende invece a superarla e a sovrastarla. Nel 1930 Menegazzi accusa proprio «una pratica finanziaria troppo imprevidente» di aver causato la crisi economica, che quindi deriva, a detta del Nostro, proprio da un sistema economico centrato sulla speculazione, invece che sulla funzione equilibratrice tra produzione e consumo (1934, pp. 34 e 313), un processo «parto di cervelli malati o di interessi di gente senza patria» (1934, p. 155). L’Italia avrebbe resistito meglio alla Grande Depressione proprio in virtù di «una energica difesa fascista dell’indipendenza del mercato creditizio interno», che avrebbe permesso che nel nostro Paese i valori finanziari rimanessero «sanamente aderenti ai valori economici, ai quali si riferivano» (1934, p. 153). Compito dello Stato è dunque quello di controllare la finanza attraverso la politica doganale, quella tributaria e quella creditizia, per orientare i fattori finanziari su quelli economici (1934, p. 357 e 1936, p. 95). Secondo Menegazzi, l’orientamento autarchico e autoritario dell’Italia ha permesso al nostro Paese proprio di svincolarsi dalla tenaglia delle maggiori potenze economico-finanziarie, garantendo maggiore equilibrio e stabilità.
Il Corporativismo
Riprendiamo la nostra riflessione su Guido Menegazzi attraverso l’analisi di un altro dei punti chiave del suo pensiero maturato nel corso degli anni Trenta del Novecento: il corporativismo, che nella sua visione assume connotati particolari sia per l’impostazione generale, sia che per il ruolo che egli vede necessario affidare alle corporazioni, in relazione al funzionamento generale del sistema. Per questo argomento le riflessioni fondamentali emergono attraverso gli scritti giornalistici pubblicati su diversi periodici, in particolare su Echi e Commenti. Anzitutto, Menegazzi concepisce il corporativismo come la collaborazione delle forze economiche di una Nazione, coordinate dallo Stato, secondo principi produttivistici, al fine di proteggere le economie nazionali dai tentativi egemonici di carattere monetario e politico (1934, pp. 92 e 301). In prima battuta, dunque, il corporativismo è un sistema economico che rivoluziona la concezione finanziaria prevalente, proteggendo l’Italia dalle fluttuazioni internazionali (1934, p. 254). In questo senso, la concezione corporativa di Menegazzi è strettamente legata alla sua visione dell’economia finanziaria (1936, pp. 206-212). Per quel che riguarda la specifica attività delle corporazioni, il Nostro sottolinea come essa vadano considerate tutto sullo stesso piano, si occupino esse di produzione di beni, di servizi o abbiano carattere finanziario (1936, p. 19). Aggiunge però che il loro operato e quello degli organi ad esse ausiliari deve essere tenuto strettamente sotto controllo, per evitare l’espandersi di una rete di privilegi deleteri e burocratizzanti (1936, pp. 41-44 e 100-101). Tuttavia, non si deve credere che l’accento posto da Menegazzi sull’importanza del ruolo dello Stato in economia debba ascriverlo al novero degli statalisti. Al contrario, egli vede per lo Stato un ruolo di guida, di indirizzo generale, di intervento mirato, ma non di agente economico prevalente (1936, p. 97). Anche i salvataggi di impresa debbono essere considerati come una soluzione necessaria ma non la regola del sistema (1934, pp. 241-242). In un articolo del 1933 Menegazzi, a sostegno del suo antistatalismo, cita la dichiarazione di Mussolini del 1933, secondo cui «lo Stato non dovrà intervenire che come arbitro supremo, come difensore della collettività» (1934, p. 355) e i nuovi istituti creati dal fascismo non devono venire creati «soltanto per dare forma a degli schemi dottrinali» (1934, p. 361). L’attacco a chi cerca di portare l’economia su un indirizzo statalista è forte. «Quindi bisogna abbandonare gli indirizzi troppo vaghi di filosofi che, facendo coincidere lo Stato con tutta la Nazione, pongono un orientamento che si differenzia da quello dello statalismo solamente per la sua spiritualizzazione» (1934, p. 335). Menegazzi ammette che sarebbe più facile giungere al dominio diretto delle aziende, ma aggiunge che sarebbe non razionale, farebbe deviare dalla strada maestra del corporativismo integrale (1934, p. 344), creando solo una eccessiva burocratizzazione delle imprese (1936, p. 28). Nella visione menegazziana, dunque, lo Stato deve servirsi in modo razionale della politica doganale, di quella creditizia e di quella fiscale per orientare il sistema economico, sostenendosi con le Corporazioni, «il mezzo migliore per il collegamento degli organi statali con le singole aziende» (1934, p. 338). Inoltre, l’economista veneto aggiunge che «la vitalità economica non scende dall’alto, ma proviene dal basso: dall’azienda, cellula da non colpirsi perché attraverso essa si colpirebbe la reale corporazione per procedere verso lo statalismo» (1934, p. 329). Di più, per il Nostro, la struttura dell’azienda stessa pone il limite all’intervento statale (1934, p. 368), che deve rimanere a carattere indiretto (1936, pp. 19-20). Di più, Menegazzi aggiunge che solo l’azienda può essere il soggetto principe dell’economia, criticando accanto all’impostazione statalistica quella individualista centrata sull’homo oeconomicus (1936, pp. 21-22). Questo tipo di impostazione pone il Menegazzi molto vicino al pensiero sociale cattolico, a Toniolo, ad un progetto di società organica fondata sulla libera azione dei corpi intermedi. A questo proposito la posizione menegazziana è incerta. Infatti, il corporativismo fascista mantiene una connotazione dirigista, mentre la riflessione sociale cristiana si fonda, come detto, sull’importanza dei corpi intermedi. Menegazzi ha cercato di conciliare le due posizioni, ma l’esito rimane insoddisfacente, perché spesso anche nell’economista di Legnago il richiamo all’etica in economia si confonde con l’idea di subordinazione dell’economico al politico, nella prospettiva dello Stato etico gentiliano. L’equivoco tra corporativismo cattolico e fascista e il tentativo fusionista rimangono a convivere nella mente del Nostro. Il riferimento etico si confonde continuamente con lo sguardo rivolto ad un principio politico unificatore e talvolta appare poco chiaro a chi spetti la riforma morale cui spesso si accenna. Come quando, ad esempio, Menegazzi ritiene necessario ridare alla scienza economica «un contenuto spirituale, una direttiva umana; per portarla ad un degno posto fra le scienze sociali rinnovate in questa feconda era fascista, le quali tutte, dalla pedagogia alle scienze giuridiche, dalla psicologia alla filosofia, affermano il dominio dello spirito sulla materia» (1938, p. 4).
La legge fondamentale dell’equilibrio economico-sociale
Concludiamo la nostra digressione sul pensiero economico del giovane Guido Menegazzi considerando quella che è, per il Nostro, la legge fondamentale dell’equilibrio economico-sociale. «La riforma [del sistema economico] deve essere orientata secondo i principii che riconoscono e fissano una gerarchia di valori nella vita economica, basata sulla norma fondamentale: l’essenza dei valori finanziari è condizionata da quella dei beni economici, e l’essenza dei beni economici è condizionata da quella dei bisogni umani» (1934, p. 9 e 1936, p. 65). Questa legge, riformulata in diversi modi ma invariabile nella sostanza, è per Menegazzi la legge fondamentale dell’equilibrio economico-sociale e sarà al centro della riflessione del Nostro fino alle teorie mature degli anni Sessanta. La troviamo, tuttavia, già enunciata nella prefazione ad una raccolta di articoli del 1934. Il tutto può sintetizzarsi con l’asserzione che al centro dell’analisi economica deve stare la soddisfazione dei bisogni umani (1936, p. 221). L’essenza «del corporativismo è costituita da una gerarchia di valori politici, economici e finanziari, successivamente subordinati; sono i moventi politici che pongono gran parte delle direttive di vita nazionale e quindi di valorizzazione degli elementi individuali; e secondo i moventi umani, organizzati nell’ordine politico, vengono valorizzati gli elementi economici; e secondo i moventi umani, organizzati nell’ordine politico, vengono valorizzati i moventi economici; e secondo i moventi economici, così intesi, vengono infine valorizzati gli elementi finanziari» (1936, p. 9). Da ciò Menegazzi deduce una specie di teoria del valore, secondo la quale esistono diverse categorie di valore. Il valore d’uso di un bene (valore economico generale), che è proporzionato al bisogno che quel bene soddisfa. Il valore di scambio (valore di mercato), dato dal rapporto di quantità fra detto bene e un altro con cui potrebbe essere scambiato. Il valore finanziario, o prezzo, dato dal rapporto fra l’oggetto e la moneta. Oltre a tutte queste valutazioni, però, Menegazzi individua anche il valore sociale del bene considerato, che sarebbe il «valore potenziale ch’esso ha in rapporto all’equilibrio sociale generale» (1936, p. 10). Alla base di una concezione generale siffatta dell’economia non può che stare la visione di fondo secondo cui ciò che è spirituale sia superiore a ciò che è materiale. Peraltro, come accennato in precedenza, è forte la confusione, in Menegazzi, tra etico e politico, in pieno spirito gentiliano, ancora nel 1938, in quello che è l’ultimo dei volumi pubblicati da Menegazzi negli anni Trenta. «[L]’essenza dei valori umani (psico-fisiologici) è condizionata dai valori spirituali (etico-politici), quindi non si ha fondamento della realtà economica senza ricercare la sua prima determinazione nei valori etico-politici». (1938, pp. 6-7). Tali affermazioni si confondono negli scritti con il riferimento, sempre più costante con il passare degli anni, al magistero cattolico, agli insegnamenti di Leone XIII e Pio XI. E quando parla di giustizia sociale romana egli ha in mente una idea di Roma contemporaneamente imperiale, fascista e cattolica, senza apparente soluzione di continuità. «Quali riforme potevano evitare gli attriti manifestatisi nell’organismo sociale in modo sempre più minaccioso? Da dove poteva partire la voce della giustizia, il segno dell’orientamento? Non dai centri ove i gruppi dominanti ostentavano la difesa della libera concorrenza, come unica regolatrice della vita economica; né dove i capipopolo riconoscevano come unica legge di vita economica la lotta di classe; ma da Roma. Ancora una volta da Roma, custode di principii rigeneratori, depositaria di secoli di esperienze, doveva sorgere la voce della giustizia contro forze egemoniche in conflitto, sbandieranti teorie e compienti opere che inasprivano sempre più le ragioni dell’iniquità sociale. Ma, mentre la lotta si faceva più forte, e una larga schiera di politicanti minacciava di rompere gli argini angusti posti all’elemento umano dalla plutocrazia, senza saper additare una nuova direttiva razionale, da Roma veniva data al mondo una enciclica [Leone XIII, Enciclica Humanum Genus, 20 aprile 1884] nella quale si affermava già la necessità di riorganizzare la vita economica corporativamente: di far risorgere, adattate ai tempi, strutture corporative, simili, per qualche aspetto, a quelle distrutte dai sostenitori di aride leggi economiche, contrastanti con i principii di valorizzazione e di collaborazione che da secoli la Chiesa Cattolica perfezionava e indicava ai popoli. Da allora essa continuò ad intensificare la lotta aperta contro l’ingiustizia sociale; a chiarirne l’orientamento, reso preciso nell’enciclica leoniana «Rerum Novarum», contenente le note direttive rinnovatrici della società, avverse ai principii liberali e socialisti; contraria ad una economia meccanicistica, a movente egoistico; per instaurare invece una politica economica basata su un superiore principio etico di collaborazione e di equilibrio, secondo il quale la proprietà ha una funzione sociale, ed è quindi, oltre che diritto, anche dovere. Come è dovere e diritto ad un tempo il lavoro, che, essendo espressione della personalità umana, richiede una particolare forma di valorizzazione. Conseguentemente venivano affermati in essa, oltre le funzioni, anche i limiti della proprietà e del lavoro: da regolare secondo l’età, il sesso dell’individuo operante, rispettando pure il dovere del riposo, e venivano indicate le condizioni del compenso, le ragioni del salario familiare, ecc. Direttive che non ebbero una rapida applicazione per difetto di condizioni ambientali, e, particolarmente, perché mancava una struttura politica idonea. Ma trovarono il clima sociale e politico adatto solamente nel dopo guerra, quando i concetti dell’enciclica furono rivalutati nel campo internazionale, specialmente per quanto riguarda la tutela del lavoro. Infatti, già il trattato di Versailles, nella parte tredicesima, li accoglieva pienamente e formulava le proposte d’applicazione. Sicchè, mentre stanno tramontando, per la grave crisi nella quale sono sfociate, le teorie diffuse nel mondo dagli economisti di tutte le scuole lontane dalla concezione romana della vita, […] si affermano invece sempre più nel mondo le idee che, avendo avuto la loro origine nella Roma cristiana, sono venuti in essa sviluppandosi e perfezionandosi. Ora il lavoro, nella realizzazione corporativa fascista, è riconosciuto soggetto dell’economia, i valori umani ne sono il fondamento, e per la loro valorizzazione le varie classi sociali, sotto l’egida dello Stato, collaborano in armonia di sforzi e di intenti. […] Le realizzazioni sono innovatrici più di quanto non sembri. Esse costituiscono, sotto certi aspetti, un perfezionamento e potenziamento dei valori economici e dei valori umani. Si sa che una irrazionale distribuzione dei valori finanziari, dipendente in gran parte dalla ripartizione del reddito, causa nella produzione e nella distribuzione dei beni deviazioni, per cui alcuni suoi elementi non ottengono il loro impiego, e vaste masse di prodotti non trovano sul mercato la capacità d’acquisto corrispondente, e portano così a uno squilibri tra elementi economico-finanziari e quelli umani. Invece, una più razionale distribuzione dei salari, alla quale mirano i detti provvedimenti, consente una migliore direttiva della produzione e ne sviluppa i limiti, mantenendo l’equilibrio fra la produzione e il consumo. E quindi realizza una maggiore soddisfazione dei bisogni umani […]. Non è forse questa una grande conquista del secolo? È la migliore realizzazione di un sistema sociale, che per tre volte si è rinnovato in Roma, secondo principi sempre più vasti ed organici, sempre più razionali, che indicano ad ogni popola la via della giustizia sociale. In essi armonizzano le leggi morali e quelle economiche, costituenti una nuova realtà sociale, la quale ha per fondamento un chiaro ordine dei suoi fattori, per cui: l’essenza dei valori finanziari è condizionata da quella dei valori economici, l’essenza dei valori economici è condizionata da quella dei valori umani, e l’essenza dei valori umani è condizonata da quella dei valori spirituali. È questa, a ben comprenderla, la legge fonamentale d’una sociolgia corporativa razionale. Su tale gerarchia di valori e sulla relativa struttura sociale si basa la più alta giustizia: la giustizia sociale romana» (1936, pp. 254-258). In quanto visto sinora è compreso il nucleo di quella che sarà la più articolata elaborazione teorica del Menegazzi degli anni Sessanta, fondata sul concetto di rivoluzione solidaristica. Certo, l’economista di Legnago diventa tale con il passare dei decenni, conferendo scientificità alla propria impostazione teorica, che negli anni Trenta era ancora troppo “grezza”, centrata più su brillanti intuizioni e passione politica, piuttosto che su una reale visione organica. Purtuttavia, i principi che egli pone al centro dell’equilibrio economico-sociale a partire dal 1960 (1961, pp. 107-205 e 1964, pp. 95-151) non sono altro che una più complessa articolazione della legge fondamentale individuata sin dal 1934. I pensieri acquisiscono un ordine, si danno una sistematicità, vengono sviluppati, agganciati addirittura al finalismo scientifico di Fantappiè. Ma quell’unica espressione, la gerarchia dei moventi sociali, rimane valida.
Opere di Guido Menegazzi citate nel testo
Orientamenti nuovi nella politica monetaria e creditizia, Roma, Libreria del Littorio, 1931 Premesse alla politica del risparmio in regime corporativo, Roma, Libreria del Littorio, 1932 Dall’economia finanziaria al corporativismo razionale, Roma, Angelo Signorelli, 1934 Direttive e deviazioni della politica economica e finanziaria, Roma, Angelo Signorelli, 1936 Economia corporativa. Legge fondamentale e principi derivati, Roma, Angelo Signorelli, 1938 I fondamenti dell’ordine vitale dei popoli, 4 voll., Milano, Giuffrè, 1960-1962 I fondamenti del solidarismo, Milano, Giuffrè, 1964
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Guido Menegazzi

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