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Il consumo non ci salverą, «Rinascita», 16 dicembre 2008, p. 9

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data inserimento/data pubblicazione: 16 dicembre 2008

 

La crisi economica è ormai un fatto assodato e anche la statistica conferma, per la consapevolezza degli scettici. Eppure il teatro della politica internazionale, nell’ambito della tragedia, mette in scena una farsa, fondata su uno slogan che ha del ridicolo: consumare di più, mentre le autorità monetarie abbassano i tassi di interesse.
Cerchiamo di fare chiarezza, partendo da una premessa fondamentale che ci viene offerta da Karl Marx, Arthur Spiethoff, Joseph Schumpeter. Tre economisti di lingua tedesca, consecutivi nel tempo ma parecchio differenti nelle impostazioni teoriche. Eppure, tutti e tre, a distanza di qualche decennio l’uno dall’altro, hanno posto l’accento su un risultato fondamentale dell’analisi teorica: l’andamento ciclico non è un accidente dell’evoluzione del sistema, ma la forma tipica assunta da un’economia capitalistica.
A noi pare che, a dispetto dell’insoddisfacente spiegazione della crisi data dagli economisti contemporanei, la teoria austriaca del ciclo economico spieghi molto bene quanto sta avvenendo. Una teoria che nasce con Ludwig von Mises nel 1912, si perfeziona con Friedrich A. von Hayek nel 1929-1931 e si completa con Murray N. Rothbard nel 1963. Riferiamoci alle parole dello stesso Mises per una sintesi efficace della teoria. «Emettendo biglietti bancari senza copertura in oro o aprendo conti correnti che non sono interamente coperti dalle riserve auree, le banche sono in grado d’estendere considerevolmente il credito. La creazione di questi strumenti fiduciari aggiuntivi permette loro di concedere crediti ben al di là dei limiti tracciati dalle loro proprie disponibilità e dai fondi che sono stati loro confidati dai clienti. Esse intervengono in questo caso sul mercato come “prestatori” di crediti addizionali, creati da loro, e conducono così ad una riduzione del tasso di interesse, che cade al di sotto del livello al quale si sarebbe mantenuto senza il loro intervento. L’abbassamento del tasso di interesse stimola l’iniziativa economica. Di conseguenza, attività che non sarebbero state giudicate “redditizie” se il tasso di interesse non avesse ancora subito l’influenza delle manipolazioni operate dalle banche e che non sarebbero mai state avviate, sono ormai giudicate “redditizie” e possono essere tentate. L’attività accresciuta degli affari conduce ad una domanda maggiore di mezzi materiali di produzione e di mano d’opera. I prezzi dei mezzi di produzione crescono, i salari aumentano, e la crescita dei salari a sua volta ha ripercussioni su quella dei prezzi dei beni di consumo. Se le banche si fossero astenute da ogni espansione del credito e si fossero limitate a quanto avevano fatto, la crescita si sarebbe rapidamente arrestata. Ma le banche non si fermano affatto lungo la strada che hanno intrapreso; esse continuano a dilatare il credito, sempre di più, e tanto i prezzi come i salari continuano a crescere in maniera corrispondente» (1) .
Ma questo movimento non può continuare all’infinito, perché sono cresciuti i mezzi monetari ma non i mezzi di produzione e la manodopera. «La società non è sufficientemente ricca per permettere la creazione di nuove imprese senza prendere nulla alle altre. Finché l’espansione del credito proseguirà, di tutto questo non ci si renderà conto, ma tale espansione non durerà sempre. Poiché ricorrendo alla creazione di crediti addizionali sempre più numerosi si voleva tentare d’impedire il brusco arresto della crescita espansiva (e il crollo dei prezzi che ne risulterebbe), quello che si determinerà è un aumento continuo e sempre più rapido dei prezzi stessi. Ma l’inflazione e la crescita non possono continuare senza difficoltà nel caso in cui il pubblico creda che il movimento verso l’alto si fermerà in un prossimo futuro. Non appena l’opinione pubblica è consapevole che non c’è motivo di attendere la fine dell’inflazione e che i prezzi continueranno a salire, interviene il panico. Nessun vuole più tenere il proprio denaro, poiché tale possesso implica perdita giorno dopo giorno sempre più elevate; tutti si sforzano di scambiare denaro contro beni; si acquista ciò di cui non si avrà mai bisogno, senza preoccuparsi del prezzo, al solo scopo di sbarazzarsi del denaro» (2). Così i prezzi dei prodotti crescono in modo smisurato. «Se al contrario le banche decidono di fermare in tempo l’espansione del credito, al fine di evitare il crollo della moneta, e se il movimento di crescita si trova inceppato in tal modo, si percepisce bruscamente che l’impressione di “redditività” creata dall’espansione del credito ha condotto a investimenti ingiustificati. Numerose imprese o attività che erano state avviate in ragione della riduzione artificiale dei prezzi, appaiono improvvisamente come non più “profittevoli”. Talune aziende riducono le loro attività e altre le fermano del tutto o dichiarano fallimento. I prezzi crollano; la crisi e la depressione che la prolunga nel tempo sono la conseguenza della fase di investimenti ingiustificati che è stata causata dall’espansione del credito. Le imprese che non dovevano esistere, e che sono sembrate per qualche tempo in grado di produrre profitti nelle condizioni fittizie create sul mercato dall’espansione del credito e dall’aumento dei prezzi conseguente, hanno smesso di essere “profittevoli”. Il capitale investito in queste aziende è perduto, dal momento che non è possibile rientrarne in possesso. L’economia deve adattarsi a tali perdite e alla situazione che determinano. In questo caso, si tratta innanzi tutto di restringere i consumi e costituire grazie al risparmio nuovi capitali, al fine di adattare l’apparato della produzione ai bisogni effettivi, e non già ai bisogni artificiali che possono essersi manifestati ed essere considerati come bisogni reali in ragione dei falsi calcoli di “redditività” basati sull’espansione del credito» (3).
Si può osservare come tale sistema esplicativo sia diametralmente opposto al paradigma keynesiano, che vede nella sovrapproduzione la causa delle crisi e insiste sulla necessità di stimolare i consumi e la domanda aggregata per rilanciare il sistema (come suggerito anche Berlusconi). Qui, invece, si ritiene indispensabile per la ripartenza la formazione di nuovo risparmio. Anche le politiche di stampo monetarista, centrate sulla manovra centralizzata del tasso di interesse, vengono giudicate inefficaci per un rilancio dell’economia.
Cosa fare, però, per uscire da una crisi? «Come prima cosa, il governo deve cessare prima possibile di inflazionare. È vero che ciò porterà il boom inflazionistico rapidamente a picco e darà inizio all’inevitabile recessione o depressione. Ma più a lungo aspetterà a far questo, peggiori saranno i necessari riaggiustamenti. Prima il riaggiustamento-depressione è provocato, meglio è. Ciò significa, anche, che il governo non deve mai provare a stimolare malsane situazioni economiche; esso non deve mai fare da garante o prestare moneta a imprese in difficoltà. Facendo questo prolungherà semplicemente l’agonia e convertirà una fase di precisa e veloce depressione in una lente e cronica malattia. […] Il governo non deve far nulla per incoraggiare il consumo, e non deve incrementare la propria spesa, poiché ciò incrementerà ulteriormente il rapporto consumi/investimenti. Solo la diminuzione della spesa pubblica migliorerà tale rapporto. Ciò di cui l’economia ha bisogno non è una maggiore spesa in beni di consumo, ma un maggiore risparmio, per legittimare parte degli investimenti eccessivi causati dal boom» (4).
Quanto visto più sopra ci permette di concludere che dal punto di vista tecnico l’attuale crisi economico-finanziaria è spiegabile in modo esaustivo, senza parzialità. La teoria austriaca del  ciclo economico ci consente di individuare nell’espansione creditizia l’alternarsi, più o meno violento, di fasi di crescita e depressione nel sistema economico. Soprattutto, però, la spiegazione austriaca agevolmente ci permette di inserire organicamente all’interno di una generale teoria del ciclo economico il grave fenomeno dell’indebitamento delle famiglie. Infatti, come visto, l’espansione creditizia porta ad un abbassamento del tasso di interesse, a investimenti crescenti e, infine, ad una predominanza delle spese di consumo rispetto alle somme dirette ai beni di investimento. La crescita del debito delle famiglie, orientato a sostenere esagerate spese di consumo (anche i beni domestici di uso durevole non possono essere considerati investimenti in senso stretto), non è dunque una manifestazione a latere delle vicende economiche globali, ma una parte sostanziale e strutturale della generale dinamica capitalistica.
La politica internazionale, dunque, compresa quella di casa nostra, farà bene a non insistere più sulla necessità di consumare, indipendentemente dal cosa, come se fossimo macchine voraci destinate a nutrirci di qualsivoglia oggetto ci si pari davanti. Piuttosto, il governo torni ad educare il popolo alla virtuosità del risparmio. Infatti, risparmiare non vuol solo dire incamerare denaro e riequilibrare l’asse consumo-investimento; il risparmio è soprattutto il più grande strumento di solidarietà socio-generazionale. Risparmiare significa credere che un futuro è possibile.
 
(1) L. VON MISES, La théorie dite autrichienne du cycle économique, «Bulletin périodique Société belge d’études et d’expansion», vol. 35, n. 103, 1936, pp. 459-64. Trad. it. La teoria austriaca del ciclo economico, «Ibl Occasional Paper», n. 60, 11 ottobre 2008, p. 3.
(2) L. VON MISES, La teoria austriaca, cit., p. 3.
(3) L. VON MISES, La teoria austriaca, cit., p. 4.
(4) M.N. ROTHBARD, Economic Depressions: Their Cause and Cure, Michigan, Constitutional Alliance of Lansing, 1969. Trad. it. Le depressioni economiche: causa e rimedio, in S. RICOSSA (a cura di), La Scuola Austriaca contro Keynes e Cambridge, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2000, pp. 195-196.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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