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Ricordando Ernst Jünger. Intervista a Marcello Staglieno giornalista e storico, «Rinascita», 19 marzo 2010, pp. 8-9

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data inserimento/data pubblicazione: 19 marzo 2010

 

 

Ho conosciuto il senatore Marcello Staglieno qualche settimana fa sulla Nave Puglia, monumento vittorioso incastonato nel Vittoriale degli Italiani. Debbo al mio maestro, il professor Giovanni Perez, l'onore delle presentazioni. Di certo Staglieno non abbisogna di una mia introduzione: fondatore con Montanelli nel 1974 de Il Giornale e autore di importanti saggi storici pubblicati da editori quali Mondadori, abbiamo deciso di intervistarlo per raccontare il rapporto personale che lo ha legato a Ernst Jünger, tra gli intellettuali più significativi della Germania novecentesca e al quale Staglieno sta dedicando un libro.

 

Senatore Staglieno, in quali circostanze Lei è venuto in contatto con Ernst Jünger?

Lo incontrai per la prima volta il mercoledì 15 giugno 1955, avevo 17 anni, nella villa a San Bartolomeo presso La Spezia, dove m’aveva introdotto Antonio Fornari, amico di mio padre, nella quale abitavano l’americano Henry Furst (1893-1967) e sua moglie Orsola Nemi, scomparsa nel 1987. Assieme a Jünger c’era anche il grande giornalista genovese Giovanni Ansaldo, dal 1950 direttore del quotidiano Il Mattino di Napoli, il quale rievocò poi ampiamente gli eventi di quel giorno in Mattinata alla Spezia, uno dei suoi smaglianti articoli a firma Stellanera sul Borghese (1° luglio 1955), il periodico di Leo Longanesi cui tutti loro collaboravano (e da allora, tutti, mi gratificarono della loro amicizia). Jünger era sceso in Italia a ringraziare Furst per avere ritrovato le spoglie del proprio primogenito Ernstel nel cimitero di Turigliano presso Carrara-Avenza, là caduto come soldato della Wehrmacht il 29 novembre 1944. Già dalla fine del 1952 – grazie a Carlo Taschini, pediatra genovese amico di Fornari e di mio padre, ammiratori di Jünger, a quel ritrovamento, pur senza ancòra conoscere di persona né Furst né lo stesso Jünger, avevo non poco contribuito anch’io. Il giovedì 9 marzo 1995, su a Wilflingen nella propria casa affollata di rari libri, coleotteri e clessidre, la foresteria del castello dei von Stauffenberg (cugini di quel Claus che il 20 luglio 1944 vanamente aveva attentato alla vita di Hitler) dove abitava dal 1950, Jünger mi ricordò quella lontana circostanza. Mi trovavo da lui con Silvia Ronchey e Beppe Scaraffia, coautori tutt’e tre di un lungo servizio televisivo in prossimità del suo centesimo compleanno (29 marzo), a cura del regista Franco Matteucci, poi andato in onda il 28 aprile 1995 su Raidue. Erano con noi anche Franco Volpi e Domenico Gnoli, per un’altra intervista che, fatta poi confluire in volume nel 1997, riportava la suddetta vicenda: “Henry Furst, con l’aiuto del giovane Marcello Staglieno, si adoperò per trovare le spoglie del mio primogenito Ernst, caduto nel novembre 1944 a Carrara. Quando le ebbe ritrovate, venne qui a Wilflingen a portarmele. Fui certo che si trattava effettivamente di mio figlio perché nella tasca c’era il portasigarette che gli avevo regalato. Grazie a Henry Furst mio figlio giace qui nel cimitero di Wilflingen assieme a Gretha, la mia prima moglie, e all’altro mio figlio, Alexander, scomparso di recente” (Antonio Gnoli-Franco Volpi, I prossimi Titani. Conversazioni con Ernst Jünger, Adelphi 1997, p. 113).

 

Come è proseguito il vostro rapporto, quali sono le tappe che avete percorso insieme?

Diventammo davvero amici nel giugno 1965. Imbarcatosi con la seconda moglie Liselotte (detta Taurillon) ad Amburgo alla volta dell’Oceano Indiano, aveva fatto sosta per qualche giorno a Genova. Dove Furst e Ansaldo, entrambi malati, m’avevano pregato di accoglierlo. Io, in divisa da allievo ufficiale alpino, durante una breve licenza, ero con una donna che mi fu assai cara, Vittoria Lo Faro, la mia prima moglie, prematuramente scomparsa nel 1971. Nel proprio diario Siebzig verweht, edito a Stoccarda presso Klett-Cotta nel 1980, scriveva Jünger (in data Genova, 27 giugno 1965): “Dobbiamo avere qualche pezzo grosso a bordo”, dissi a Taurillon, mentre dalla coperta stavamo assistendo alle manovre di attracco;io indicai con il dito una coppia che attenteva in basso, sul pontile, con un colossale bouquet di fiori. Quando venne abbassata la passerella, con nostra grande sorpresa ci accorgemmo che gli ospiti attesi eravamo noi. Fummo ricevuti da Marcello Staglieno e dalla contessa Lo Faro: Henry Furst, impossibilitato ad accoglierci di persona, ci aveva festeggiato così. Egli ha lanciato per il mondo una rete di amici che, al primo sguardo, s’intendono a meraviglia […]. Poi,passeggiata a Boccadasse […] La sera, ci sedemmo sotto la veranda di un ristorante: sotto di noi, le barche; altre, di cui s’intravedevano le lampade, pescavano in rada. Bevemmo del Barbera, assaporammo frutti di mare mentre ci venivano offerti, senza sosta, miriadi di pesci tra i quali, con le enormi fauci dentate, un dentice. Nel tepore della penombra, sentivamo il mare senza vederlo; io guardavo le braci delle sigarette descrivere nell’aria una curva di fuoco e spegnersi sordamente appena sfioravano le acque. Marcello, adoratore entusiasta e connaisseur della città, della sua storia, dei suoi palazzi e dei luoghi più segreti,delle sue famiglie e del suo folklore, fece avvicinare al nostro tavolo un vecchio violinista perché ci cantasse una canzone, Ma se ghe pensu, dedicata a Genova, come a una delle città che, come Parigi o Rio, non hanno suscitato soltanto sentimenti appassionati, ma anche un amore simile a quello che proviamo per le donne…”.

Rividi Jünger qualche mese dopo. E poi, morto Furst il 15 agosto 1967, lo incontrai a La Spezia l’anno successivo. Lui annotò (19 marzo 1968) sul proprio Diario: «Colazione in casa di Orsola, con Marcello Staglieno venuto da Milano. Posso dire che Henry me lo ha lasciato in eredità». Nel ricordo del figlio Ernstel, di Henry aveva scritto: «Possiede il genio dell'amicizia». Da allora, sino alla sua morte (16 febbraio 1998), ho rivisto Jünger almeno quattro volte l’anno. Soprattutto per amicizia, oltre che per motivi «strumentali», ovvero per intervistarlo su a Wilflingen (l’ho fatto una ventina di volte) o per recensirne i libri, via via che uscivano in edizione tedesca o italiana, per la terza pagina del Giornale (del quale con Indro Montanelli, il 25 giugno 1974, fui tra i fondatori e, sino al febbraio 1992, prima responsabile culturale, quindi inviato speciale). E ho partecipato a una decina di convegni a lui dedicati, l’ultimo dei quali, alla sua presenza, il 6 luglio 1995 si svolse nell’Universidad Complutense all’Escorial presso Madrid dov’ero relatore assieme ai suoi traduttori-esegeti Julien Hervier e Franco Volpi. Nei nostri incontri, da decenni, si era ormai consolidato un reciproco affetto, anche attraverso la mia sempre più approfondita conoscenza della sua opera, davvero sterminata.

 

Come è nata in Lei l’idea di un libro su Jünger? Quali i punti principali che intende toccare?

Il mio libro, che uscirà presso Settecolori di Manuel Grillo, muove dall’ammirazione. In Jünger sempre ho apprezzato il coraggio fisico e morale (dimostrato nella Prima guerra mondiale tanto da conquistarsi eroicamente sul fronte francese, 18 settembre 1918, l’ambitissima croce di guerra Pour le Mérit istituita da Federico il Grande, la stessa che ebbero, in aviazione, Manfred von Richtofen e Hermann Göring), rievocato nel memorabile saggio-racconto Nelle tempeste d’acciaio (1920). E dimostrato altresì nel rifiuto di aderire al nazismo (del quale, nel saggio Der Arbeiter/L’operaio, pur era stato nel 1932 prefiguratore: nondimeno con Carl Schmitt fu compartecipe, ufficiale della Wehrmacht a Parigi, del complotto antihitleriano ordito dal generale Erwin Rommel per il suddetto fallito attentato del 20 luglio 1944), come nel 1946 attestarono Bert Brecht e Hannah Arendt. Quanto ai temi che vi affronto sono soprattutto correlati,da una parte, allo sviluppo del suo pensiero e all’alta cifra stilisticoletteraria della sua smagliante scrittura. E, dall’altra, alla valenza filosofica del suo pensiero. Specie nel saggio Der gordische Knoten (1953 – Il Nodo di Gordio, Il Mulino 1987) scritto con Schmitt e in quello, assieme a Martin Heidegger, che giudico, filosoficamente, forse il suo migliore, Über die Linie (1955 – Oltre la linea, Adelphi 1989).

 

Vorrei con Lei toccare alcuni punti cruciali del pensiero di Jünger, partendo dalla fine,dal concetto del tempo espresso ne Il libro dell’orologio a polvere (Adelphi, 1994): come percepiva Jünger la relazione tra scansione del tempo ed evoluzione del contesto sociale?

Ne Il libro dell’orologio a polvere (Das Sanduhrbuch, 1955), ma anche ne Il muro del tempo (An der Zeitmauer, 1959 – poi tradotto da Julius Evola nel 1965 per l’editore Volpe, quindi da Alvise La Rocca e Agnese Greco, Adelphi 2000) e in Oltre la linea, Jünger elaborò una nuova concezione del tempo che mantenne pressoché inalterata sino alla morte. In Der Arbeiter era ottimisticamente convinto che la Tecnica («lo strumento per il cui tramite l’Operaio mobilita il mondo») potesse migliorare gl’individui e i popoli nel profondo, anche in senso metafisico. Ma dal 1955 in poi si oppose nettamente a questa visione progressista (presente in Hegel come dialettica e in Marx come materialismo dialettico), che concepiva la Storia e il Tempo come uno sviluppo rettilineo quanto irreversibile, attraverso la successione di fatti contrastanti (tesi e antitesi) dal cui scontro muove un equilibrio via via sempre migliore (sintesi). Da quel 1955 Jünger approdò a una concezione ciclica della Storia,convinto che essa proceda in un movimento a spirale che – pur con varianti – ripropone negl’individui come negli eventi analoghe concatenazioni tra causa e effetti. Questa sua è una concezione che muove di lontano, a partire da Tucidide, per il quale la Storia è «un bene perenne», un principio cui s’ispirarono anche Machiavelli, Vico, Schopenhauer, Nietzsche (con l’Eterno Ritorno), Pareto, Spengler, Toynbee, Heidegger e gli stessi Jünger e Schmitt.

 

Eccomi dunque al punto che più mi interessa. L’Operaio. Anche Evola pubblicò (Roma, Armando, 1960) un volume di analisi su quest’opera di Jünger, spesso fraintesa. Qual è, a Suo avviso, la relazione tra la figura dell’Operaio-Lavoratore jüngeriano e il Ribelle della “fuga nel bosco”? In entrambi i tipi c’è il rifiuto di una logica borghese, il rifiuto dell’accontentarsi di una donna e di un lavoro in banca, come cantava Gino Paoli… Ma, forse, c’è soprattutto una diversa concezione del proprio ruolo nell’edificazione delle sorti di un popolo. Quindi, secondo Lei, quali sono i punti di contatto e le differenze, tra il Ribelle e l’Operaio nell’opera di Jünger?

Quando Der Arbeiter uscì nella traduzione completa in italiano (Longanesi 1984), che fu anche la prima al mondo, quella di Quirino Principe, Montanelli mi mandò per Il Giornale a Wilflingen a intervistare Jünger. Più che quel saggio di Evola – L’Operaio nel pensiero di Ernst Jünger poi riproposto dalle Edizioni Mediterranee nel 1974 – allo stesso Jünger interessava maggiormente la memorabile definizione di Delio Cantimori (Ernst Jünger e la mistica milizia del lavoro, 1935): l’Operaio inteso come Milite del Lavoro. Dopo la Prima guerra mondiale, era convinto che a prevalere non poteva essere la prudenza della borghesia conservatrice: bensì la potenza bellica delle industrie nazionali. Da qui, forgiato nella forma (Gestalt), ecco per l’appunto l’Operaio, individuo che si annulla nella Nazione e che per essa è disposto a votarsi alla produzione di massa e al sacrificio della vita in guerra. Ben poco, quindi, c’è in comune tra Der Arbeiter e Der Waldgang (1952 – Trattato del Ribelle, Adelphi 1990) : solo il volontarismo etico e il coraggio individuale. Ma non più la fede nella Tecnica perché, già allora protesa a diventare planetaria, essa annichilisce l’individuo. Letteralmente der Waldgang significa «passaggio al bosco». E il Ribelle è per l’appunto colui che si isola dalla collettività, pur nella speranza di non essere più parte, in futuro, di minoranze ispiratrici ma di diventare apportatore d’idee alle grandi masse. Nelle parole di Jünger, «Ribelle è il singolo, l’uomo concreto che agisce nel caso concreto. Per sapere che cosa sia giusto, non gli servono teorie, né leggi escogitate da qualche giurista di partito. Il Ribelle attinge alle fonti della moralità non ancora disperse nei canali delle istituzioni. Qui, purché in lui sopravviva qualche purezza, tutto diventa semplice». Il Ribelle è tutt’uno con l’Anàrca, magistralmente delineato nel romanzo Eumeswil (1977 – Eumeswil, Rusconi 1981): ben lontano da ogni forma di anarchismo, è colui che è coltiva la libertà vera, quella del proprio spirito, ben diversa dalle forme esteriori imposte dalla politica e dai livellamenti operati, nel linguaggio d’oggi, dalla globalizzazione.

 

Il Ribelle jüngeriano in una qualche misura sembra rappresentare la sorte di tutti gli intellettuali di destra. Ottimo pensiero, ma isolamento. Spesso per ostilità del contesto politico, altre volte per narcisismo, altre per anarco-individualismo, altre ancora per essere l’Individuo Assoluto di Evola. Cosa ne pensa? Che tipo di atteggiamento prevale negli intellettuali di destra? Narcisismo o superomismo? L’Individuo Assoluto? E che cosa pensa del contesto intellettuale che li circonda?

Credo che la maggioranza degl’intellettuali di destra, a parte Jünger, specie qui da noi continuino a coltivare un eccessivo vittimismo, crogiolandovisi. Da oltre mezzo secolo sono testimone della viltà morale della sinistra italiana (fatta eccezione per Massimo Cacciari) nei confronti dell'«anarco-conservatore» Jünger. «Dandysmo», «aridità», «etica della guerra», «estetica brutale sottesa alla perfezione stilistica» erano soltanto alcune delle accuse che, in una ben più lunga litania di contumelie al limite della demonizzazione, fin dal 1945 contro di lui levarono maestri del pensiero pavido quali Cesare Cases e Ferruccio Masini. Lo stesso Claudio Magris (che pure è il più onesto, all’insegna di giudizi critici seri, sia pure eccessivamente riduttivi), si accodò ai residuati del materialismo dialettico, definendolo «un minore», dimenticando l’assegnazione a Jünger nel 1980 del prestigioso Premio Goethe (conferito, tra i pochi, a Bert Brecht e Thomas Mann) che lo consacrò tra i massimi scrittori e pensatori tedeschi del Novecento. Una parziale «assoluzione» (con attestazioni di stima da parte di Moravia) gli venne quando i suoi libri furono pubblicati dall'Adelphi, e grazie all'amicizia che per lui ebbe il presidente francese François Mitterrand. Ma le accuse ripresero subito dopo la sua morte tanto che pressoché nessuno, nel 2008, ha voluto qui da noi ricordarne il decennale.

 

Abbiamo oggi un nuovo Jünger? Quali secondo Lei gli intellettuali di riferimento che nell’ambito della destra possono essere seguiti? Quali quelli del presente e quali quelli del passato che rimangono i più attuali?

Un nuovo Jünger proprio non lo vedo, tra le macerie della cultura d’Occidente. Non sono mancati qui da noi (minora canamus) pensatori liberi: Marzio Tremaglia, Alfredo Cattabiani e Giano Accame, purtroppo scomparsi. E poi ci sono Marcello Veneziani, Francesco Perfetti, Alessandro Campi, Pier Franco Quaglieni, Quirino Principe, Gennaro Malgieri, Luigi Iannone, Gianfranco de Turris, Mario Bernardi Guardi, Fausto Gianfranceschi, Piero Vassallo, Claudio Quarantotto, Renato Besana. Ma penso anche a Piero Buscaroli che pure, per una vicenda personale tutt’una con la tragedia storica della sconfitta italiana nel Secondo conflitto mondiale, si è schierato – coraggiosamente, senza vittimismi – dalla parte dei vinti. Non trascurerei tuttavia un altrettanto coraggioso saggista come Giampaolo Pansa che, pur non essendo di destra, nei propri libri ha svelato verità che un generale conformismo ha per decenni occultato. Quanto al passato, è lunghissimo l’elenco dei pensatori da cui le destre, italiane e europee, possono trarre ispirazione. Perciò me ne astengo.

Staglieno e Montanelli, 1987

Juenger anziano

Juenger in divisa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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